La Ragione della Solidarietà

Parlare di solidarietà al giorno d’oggi sembrerebbe qualcosa di “scontato”, qualcosa che tutti pensiamo possa essere una condizione di “rispetto” nei confronti di qualcuno. Ognuno di noi, ha sicuramente fatto esperienza di solidarietà, ma questo atteggiamento prescinde da una condizione fondamentale, che sta alla base della dignità umana, che è proprio il rispetto.

Come sostenuto dal giurista, politico ed accademico, Stefano Rodotà, “la cancellazione del principio di solidarietà si presenta come un atto d’arbitrio, un’amputazione indebita dell’ordine giuridico. Esso viene nominato in diversi documenti internazionali e, inoltre dà il titolo ad uno dei capitoli della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, viene visto come regola nei rapporti sociali, alla quale tutti gli Stati devono attenersi, in particolar modo, gli stati tra i quali esistono vincoli formali di cooperazione”.


Parafrasando le parole del giurista, dunque, la solidarietà varca quei confini solo fisici, per appropriarsi del concetto più generale, che si colloca in una dimensione, dove sono i principi e non le regole ad essere la fonte alla quale attingere, per trarne le indicazioni rispetto a comportamenti individuali e collettivi, privati e pubblici, nazionali e globali.


La nostra società è costantemente bombardata, da tutta una serie di interventi volti al rispetto della dignità umana. Infatti a tal proposito si parla di un fenomeno più generale che è appunto la globalizzazione; concetto che racchiude in sé tutta una serie di nozioni, norme e criteri, che a grandi linee e, in via teorica, vengono accettate e messe in atto a livello appunto globale, attraverso mezzi di comunicazione, tendenze, idee e problematiche. Questo perché tutti indistintamente siamo esseri umani ai quali devono essere riconosciuti pari diritti e pari doveri, senza distinzione appunto di razza, etnia, orientamento politico, sessuale o religioso, ecc.


La globalizzazione ha portato a interdipendenze sociali, culturali, politiche, tecnologiche e sanitarie i cui effetti, sia positivi che negativi, hanno una rilevanza a livello mondiale molto importante. Alcuni degli aspetti positivi, sono legati alla velocità delle comunicazioni e alla circolazione delle informazioni, all’opportunità di crescita economica, soprattutto per quelle nazioni rimaste al margine dello sviluppo economico mondiale, ecc.; gli aspetti negativi riguardano per lo più lo sfruttamento, il degrado ambientale, ma soprattutto il rischio dell’aumento della povertà, delle disparità sociali, la perdita delle identità locali, la diminuzione della privacy. È bene soffermarsi su uno dei punti “negativi” che interessa l’intero sistema, che è il rischio dell’aumento delle disparità sociali, con tutta una serie di conseguenze che ne derivano, prima fra tutte l’alterazione del rapporto tra gli uomini. Si tende molto spesso a prevaricare sugli altri, prevaricazione che mette in risalto un altro importante fenomeno di natura sociale che è la diversità (diversità sociale, politica, etnico-culturale, religiosa, sessuale).


Mai come in questo periodo storico assume particolare rilievo la necessità di comprendere la natura delle relazioni con gli altri, le modalità con cui si costruiscono le linee di demarcazione tra “noi” e “loro”, in base a quali dinamiche vengono stabiliti i rapporti sociali tra uomini e culture. Gli eventi ai quali siamo costantemente abituati, eventi storici, culturali, determinano non solo una divisione in diverse categorie di persone, da qui la presenza di una società multietnica, ma anche una vasta eterogeneità tra i vari gruppi che si costituiscono. Così nella coscienza di ogni uomo si radicano due principi correlati tra loro: il principio di identità e il principio di differenza. Quindi se da un lato ci potrebbe essere un avvicinamento tra le diverse forme culturali, grazie alle numerose normative messe in atto, di contro si mettono in risalto quelle che sono le differenze culturali, e quindi emergono nuove forme di intolleranza, di vivibilità e di condivisione vera. Succede che riconoscere ad un’altra persona gli stessi diritti di cui si gode, genera seppur inconsciamente, paura di perdere quegli stessi diritti, per cui ciò che ne deriva è un sentimento di avversione ed una volontà di denigrare e sminuire l’altro.


Ma la coesistenza di diverse culture su uno stesso territorio, nell’ambito dell’integrazione culturale, se vissuta in maniera critica e positiva, può creare nuove forme e nuove possibilità di crescita personale, collettiva e sociale, se vissuta altrimenti invece, può generare nuove manifestazioni di esclusione e di razzismo.


Oggi si parla spesso di argomenti, quali multiculturalismo, società inclusiva, scuola e multiculturalità, società multietnica, ecc., ma molto spesso sfugge il vero e proprio significato che c’è dietro termini e “situazioni” davvero molto grandi come queste. Sono situazioni complesse perché dietro a tali problematiche c’è l’essere umano, la persona con tutti i suoi diritti e doveri.


Alla base dei rapporti umani sappiamo bene che vi è il rispetto, che come dice lo psicologo statunitense, Howard Gardner rappresenta una chiave per il futuro. Egli sostiene che “l’Homo Sapiens dovrà imparare ad abitare i suoi paraggi (...) senza odio verso i suoi simili, senza brama di ferirsi o uccidersi l’un l’altro (...)”. L’invito è quello di accettare le diversità, imparare a convivere con esse e ad apprezzare coloro che appartengono ad altre schiere. E aggiunge che nella nostra realtà, ci si debba sforzare di mettere al primo posto il rispetto, nei confronti di coloro che appartengono ad altre culture e religioni, “nella speranza di aver restituito il favore”.


Inoltre si parla di relazione interculturale quando culture ed individui “diversi”, si riconoscono pari dignità, pur nelle loro evidenti differenze. Si parte dall’accettazione delle differenze per cercare di organizzare una convivenza sociale che ne salvaguardi le ricchezze. Si cerca di convivere, come appunto ha sostenuto lo stesso Gardner, nel rispetto: conoscere l’altro, capire cosa si pensa e cosa si prova trovandosi a confrontare con una nuova lingua, altre credenze, altri costumi e un’altra storia. In una relazione interculturale sana, si tende ad instaurare una relazione che parte dalla comprensione dell’altro e che si indirizzi verso una comprensione e consapevolezza di sé stessi. Nel momento in cui si comprende veramente l’altro, si può capire come certi elementi della sua cultura servano alla nostra, diventa perciò un’incorporazione che rafforza la tradizione che li riceve.


Si parla spesso di intercultura, soprattutto in quei paesi in cui il fenomeno dell’immigrazione è molto accentuato, come nel nostro caso. Spesso si tende ad associare il termine intercultura ad una serie di approcci pedagogici, di misure sociali o di comportamenti legati alla gestione, ad esempio, del fenomeno migratorio. Certamente è legato a queste tematiche, ma non è solo a questo che si fa riferimento. Ovviamente il fenomeno della migrazione incrementa sempre più i rapporti tra individui, gruppi e culture diverse. Ciò pone la necessità, ma anche il desiderio, di imparare a convivere gli uni con gli altri. Si ha dunque l’esigenza di educare al rispetto dell’identità, pur nella diversità.


Un importante ruolo viene svolto dalla ricerca pedagogica, in quanto ad essa spetta il difficile compito di riuscire a salvaguardare il singolo individuo, nel rispetto delle regole di convivenza, mediante appropriati approcci educativi.


A questo proposito, diventa fondamentale parlare di pedagogia interculturale, la quale attribuisce all’inclusività, da una parte il valore formativo, dall’altra il senso in cui cambiamento e diversità sono condizione e presupposto di crescita e di progresso. Appare anche molto attuale la considerazione che già Don Milani, con “ Lettera ad un professoressa”, aveva rispetto alla valorizzazione della cultura popolare e, alla partecipazione critica alla cultura che si rinnova. La scuola di Barbiana aveva come presupposto la valorizzazione dei ragazzi, non solo di qualcuno, ma di tutti in generale, infatti si impegnava a far sì che tutti, senza distinzione di ceto, potessero raggiungere gli stessi obiettivi, insegnava a tutti a “parlar bene”, in quanto la lingua o meglio il linguaggio condiviso, dava a ciascuno la possibilità di esprimersi ed essere compresi liberamente. Seppur con molte difficoltà, è questo che dovrebbe fare la scuola oggi, nell’affrontare situazioni delicate come la presenza di bambini/ragazzi stranieri.


Quindi parlare di pedagogia volta all’aspetto dell’inclusività significa parlare di rapporto dinamico ed interattivo, poiché si pongono le basi per promuovere un dialogo tra culture, razze, etnie diverse in un luogo in cui ciascuno esprime sé stesso ed ascolta l’altro, contribuendo ad una crescita reciproca.


Sovente succede però che la presenza dello straniero in un determinato territorio, porti ad assumere atteggiamenti che “ghettizzano” il diverso, ragion per cui tutto ciò che in via teorica viene considerato risolvibile dalla pedagogia, viene invece vissuta come “emergenza sociale” quindi la presenza dello straniero diventa un allarme, un pericolo da evitare. Inevitabilmente si creano rapporti conflittuali, atteggiamenti di esclusione, di chiusura reciproca, in quanto entrambi si sentono minacciati. Per cui ciò che poteva essere considerata una risorsa, viene trasformata in una serie di paure, che portano l’essere umano a vedere un altro essere umano, diverso da sé, come un pericolo per la propria identità.


Si fa presto a dire di essere predisposti alla “solidarietà” ad accettare e valorizzare l’altro. In realtà l’altro, il diverso, si accetta e si valorizza soltanto a condizione che si perdano i connotati della propria differenza. Sicuramente sono tante le realtà che operano nel sociale per affrontare questa problematica, ma è altrettanto vero che gli aiuti prestati a queste persone sono per lo più orientati all’aspetto pietistico e caritatevole, piuttosto che solidale, relazionale e formativo. Quindi fino a quando lo straniero sarà visto come un elemento che necessita esclusivamente di assistenza, potrà essere solo tollerato, ma non rispettato e, non gli saranno mai riconosciuti i suoi diritti di essere umano.


Concludendo possiamo dire che la solidarietà dovrebbe essere vista da tutti in generale, come una risorsa, una soluzione socio- antropologica della convivenza, in quanto parlare solo di tolleranza non porterebbe ad alcuna soluzione; tollerale altro non è che “sopportare” l’altro, in un’accezione prettamente negativa. Quindi compito della scuola in particolare è quello di educare alla politica del rispetto piuttosto che alla politica sterile della tolleranza, così come sostenuto dallo stesso Gardner. In altre parole “la ragione della solidarietà” deve essere inquadrata come convivenza vera ed autentica con l’altro, come interazione e confronto, volti all’arricchimento personale e collettivo. Soltanto così si potranno abbattere molti di quei pregiudizi legati alla diversità e all’intolleranza dell’altro.


Al prossimo articolo, un bacio, Miriana.


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